In Italia, a meno che non siamo cantautori sulla soglia della pensione, con una quintalata di anni devoti to the music, si va avanti a colpi di tormentone. Ed è una bubana che il motivetto scassamaroni debba essere circoscritto soltanto al periodo estivo. Ogni periodo dell’anno è buono per far uscire dalla casa discografica che c’ha azzeccato un nuovo tormentone. Il problema è che il tormentone frantuma l’anima per svariate settimane, salvo poi autocondannarsi in uno striminzito oblio, compreso l’autore del delitto a sette note oppure candidandosi automaticamente ad infiammare le serate revival dei circoli Arci. Il primo caso calza a pennello con i Jalisse: “Fiumi Di Parole” giustamente marcisce in un decoroso quanto superfluo sarcofago. Il secondo caso invece circuisce le Las Ketchup: “Asereje” avrà pure fatto intascare alle sorelle spagnole un bel po’ di dindini, ma ora l’ex successo estivo viene piazzato dal dj di turno dopo El Tipitipitero e la Macarena, rivestendo la suggestiva ma prematura adesione al club degli evergreen, roba da sei dita di polvere compatta sulla custodia del 33 giri.

Ma il tormentone, se ben architettato, offre gioie smisurate a colui che è riuscito, combinando le note e anche spizzando l’orecchio altrui, a trovare la combinazione per l’immediato bimestre di gloria. Il problema viene dopo, quando si esaurisce l’effetto ripetitività e si è costretti ad inventarsi un nuovo tormentoncino pur di non perdere la visibilità guadagnata, possibilmente evitando di comporre il follow-up spostando a caso le note del successo precedente. E il secondo atto della carriera di un qualsiasi produttore musicale è quello della verità: può confermare le doti esibite nella stesura del brano fracassa-palle, oppure decretare selvaggiamente il puntuale fallimento, perlomeno in terra tricolore.

Magari in Belgio fa ancora faville, ma in Italia, dopo Pump It Up, di lui non s’è sentito più nulla, neppure che venisse nominato per sbaglio durante una partita a ramino. Danzel, vero nome Johan Waem, classe 1976, da noi si è fatto conoscere due anni fa, 2004, grazie soprattutto alla spinta dello spot Pringles che intonava - un po’ come fanno oggi le compagnie telefoniche che si giocano la campagna pubblicitaria sull’abbinamento con un motivo musicale di facile presa - il singolo “Pump It Up“, ritornello a presa rapida su una base dance di neppure pregevole fattura e immediatamente subissato di innumerevoli remix. Ma si sa, gli italiani sono anche pecoroni e bastò un’estate per consacrare questo nuovo gioiellino musicale e a sua volta uscito dalla versione belga di Pop Idol 2003, l’Operazione Trionfo mantecato al tulipano.

Da quel momento, ci si aspettava che il nuovo fenomeno mondiale Danzel riuscisse a sfornare disconi smuovi-pubblico a ripetizione. Però. Uno: Pump It Up era una cover, quindi non vale. Due: è l’ora di proporre qualcosa di proprio. Allora, finita l’euforia del tormentone, spunta a fine ottobre 2004 “You Are All Of That“, pezzo che viene beffardamente snobbato dalle radio dance-oriented italiane ma che francamente, ricalcando però con meno incisività il disco precedente, non aveva le potenzialità per sfondare. Ma Danzel ci riprova, diamine. Costantemente conciato con quei capelli a riccio inguardabili, forse assunti ad adorevole talismano, ecco uscire pure l’album, “The Name Of The Jam“, che raccoglie il lavoro di qualche anno, ma pure di questo nuovo cd non si vede neppure la custodia trasparente di plastica. Allora Danzel ci riprova con “Put Your Hands Up In The Air“, ancora di chiara ispirazione pump-it-up-para votato al classico chiasso da disco e di nuovo un buco nell’acqua, al quale segue a ruota “Home“, che in Italia neppure sanno della sua creazione e il recente (datato 29 marzo 2006) “My Arms Keep Missing You“. Nulla da fare, missione fallita.

La sua biografia ufficiale però lo esalta come neppure Raffaella Carrà in Arkansas, premi ovunque, riconoscimenti anche dagli abitanti delle Galapagos, dischi d’oro che volano come U.F.O. Boh, in Italia la fiamma della candelina s’è spenta prestino. Ma, d’altronde, che la sopravvalutazione continui.