Non poteva mica passare inosservato, nella mirabile giungla delle friabili mode senza senso che tappezzano con insistenza devastante i nostri zebedei. Dopo il logo Fiat a dare valorone aggiunto a pezzi di cotone chiamate felpe, dopo il logo Alfa Romeo appiccicato con supponenza ad altri pezzi di cotone, dopo il logo Michelin e Pirelli che capeggiano indiscriminate in ulteriori felpe tamarre che provano l’avvenuta retrocessione del gusto, dopo il logo più inimmaginabile di una testata così stupida da dover essere celebrata, non poteva mancare il Giro D’Italia. No. E infatti il nemico si è rimaterializzato in una delle sue più crudeli forme. Quella della popolarità garantita di uno sport che tanto possono dichiararsi tutti dopati fino al midollo, e ci sarà sempre qualcuno - leggasi cretino - con la bandierina pronto a sventolarla compiaciuto all’arrivo.

Un po’ di dati. Prima di sguazzare felicemente nella brodaglia delle considerazioni. Il marchio Giro D’Italia è di proprietà della RCS. E adesso capisco perchè la Gazzetta Dello Sport si danna l’anima per far capire al mondo che il Giro è cosa loro, che la parte finale del quotidiano è riservata solo al ciclismo, che se nelle tappe leggi Gazzetta non è quella Ufficiale. Ebbene, codesto marchio è stato dato in licenza alla Officina Idee, che ha provato a tradurre qualcosa about it utilizzando cappellini, felpe e magliette, notoriamente il campionario ideale per confezionare coraggiose oscenità. Cavalcando l’insaziabile trend che chi non fa moda partendo da una qualsiasi cazzata, è decisamente out. E infatti qui si parte dal Giro per sconfinare nell’insensatezza. Si dice: ripercorriamo la storia, i miti, i simboli, le tradizioni della corsa ciclistica. Cazzata + motivazione: il binomio continua.

PubblicitàMa veniamo concretamente a dispensare con puntuale lucidità i segni della tragedia. Giro D’Italia Fashion - giuro, questo fashion mi fa ribrezzo - ha almeno un annetto alle spalle. Un anno di rodaggio è necessario per passare dall’anonimato da sottoscala ad un tozzo di visibilità. Aggiungici le pubblicità - meno burine di quanto pensavo, ammetto il fascino dell’ignoto - sulle principali testate della Rizzoli, giusto perchè mette fuori i quattrini e due maglie le vorrebbe pur rifilare a qualcheduno - e ricordati di lasciare fuori la fantasia. Non si sa mai, che poi ce ne fosse troppa e tocca buttarla via. Perchè la collezione si rifà spudoratamente a tutto l’armamentario di fashion da quattro soldi che tanto impazza tra i malvestiti. La polo con i baci stampati l’avevano fatta per primi quelli, non meno coatti, di Baci & Abbracci. Che poi ci aggiungano con orgoglio una manciata di città non vuol dire che la rendano figa. Le felpe puzzano di già visto da cento metri, un sordido collage di scritte ed icone che giustamente combaciano con l’assoluta inutilità di avere questo marchio in vita. Perchè se si limitasse soltanto a glorificare l’effetto sportivo, ovvero rendesse il Giro un evento da collezione, una sorta di simil-gadgets, non sparerei nel mucchio.

Ma siccome qua c’è ancora qualcuno che crede che basta un nulla per imbastire immediatamente qualcosa di fashion a prescindere - con annesse vetrine autocelebrative piazzate in bella mostra sul sito dell’azienda - è necessario sparare col mitra. Se provo a dire allo zerbino sei fashion, probabilmente mi sputa.

APDEIT: mi dicono che ieri il giornalista Andrea Fusco, nel Processo Alla Tappa su RaiTre, indossava la felpa bianca (la prima a sinistra nella foto sopra). Direi che il sodalizio con il malvestitismo fashion dà i suoi frutti. Osceni.