Archivio della Categoria 'GiraLaModa'

No, non sono i costumi che fanno andare più veloci

Sabato 19 Aprile 2008

Non sapevo esistessero queste oscenità. Una donna musulmana, tale Ahiida Zanetti, s’è presa cura di rendere un minimo fashion le colleghe di credo al grido di islamcool o muslimfashion, neologismi orribili per indicare che è ora che il burqa venga stravolto da uno spigliato restyling che lo renda un pochino più appetibile. L’anno scorso la stilista da strapazzo aveva partorito il burquini:

un costume da bagno integrale che si indossa come una tuta, ha un cappuccio incorporato per coprire la testa e permette alle donne di muoversi in acqua senza impaccio, rimanendo, nello stesso tempo, coperte

Senza impaccio? Sarà adibito alla nuotata, ma non si appesantirà una volta a mollo, divenendo un’ineludibile zavorra indesiderata poco incline a sguazzare vivacemente tra mille zampilli? Poi vai ad asciugare una cosa così - per non parlare ovviamente delle colorazioni, con abbinamenti ai limiti del rigetto. Ma il mercato pare adori questa fusione tra costume intero e bikini e così la Zanetti pare stia studiando qualcosina di simile per le donne musulmane sportive, che poverette non possono fare jogging perchè devono portare stoffa indesiderata anche a 40 gradi e figuriamoci gli esercizi aerobici che culminano con una simpatica spaccata al parco. Ricapitolando: donne coperte quasi completamente, pronte a correre in libertà e felici di non trasgredire il Corano così agghindate fino ai piedi. Sarei curiose di vederle in una corsa ad ostacoli, ‘che magari cambiano idea.

Autocelebrazioni scadenti

Martedì 5 Giugno 2007

C’è molta carne al fuoco questa settimana. Le occasioni per rimpolpare maliziosamente l’archivio di Giralamoda non mancano.

L’infallibile, l’ineludibile, l’indimenticabile Fabrizio Corona non ha fatto in tempo a sgattaiolare lecitamente dalla gattabuia forzata minacciando Woodcock e una cozzaglia di elementi non pervenuti, che ha subito infornato il paese intero nella disgrazia. Una prima pericolosa infarinata l’aveva già compiuta con tremendo orgoglio, mandando in produzione quelle orribili magliette con scritto, all’altezza di petto, Corona’s. Giusto per rimarcare l’insopprimibile istinto di autocelebrazione al quale non ha mai rinunciato ad esibire neppure nell’angusto anonimato dell’avventura carceraria. Inutile ribadire che sono magliette anti-fashion, però ad oggi ne sono state vendute oltre 200mila. Una pazzia da multinazionale: citofonare follia. E’ molto più interessante sondare i motivi di tale disonore: il cliente imperfetto magari così si sente per una volta un formidabile ricattatore e forse spera di spupazzarsi la moglie Nina Moric, che nel frattempo s’è svincolata dal letto matrimoniale, oppure continua amaramente la caccia al malvestitismo senza lode e con molta infamia.

C’è però di più, Un ulteriore prova della coraggiosa sfida al buon nome dell’universo ci viene data dall’apocalittica prospettiva di sviluppo della linea Corona’s. Una linea di intimo. Aiuto. Indovinate il testimonial. Anzi i due.

Poi verrà l’hockey su ghiaccio, me lo sento

Domenica 27 Maggio 2007

Non poteva mica passare inosservato, nella mirabile giungla delle friabili mode senza senso che tappezzano con insistenza devastante i nostri zebedei. Dopo il logo Fiat a dare valorone aggiunto a pezzi di cotone chiamate felpe, dopo il logo Alfa Romeo appiccicato con supponenza ad altri pezzi di cotone, dopo il logo Michelin e Pirelli che capeggiano indiscriminate in ulteriori felpe tamarre che provano l’avvenuta retrocessione del gusto, dopo il logo più inimmaginabile di una testata così stupida da dover essere celebrata, non poteva mancare il Giro D’Italia. No. E infatti il nemico si è rimaterializzato in una delle sue più crudeli forme. Quella della popolarità garantita di uno sport che tanto possono dichiararsi tutti dopati fino al midollo, e ci sarà sempre qualcuno - leggasi cretino - con la bandierina pronto a sventolarla compiaciuto all’arrivo. (more…)

Una testata. Ma contro il muro

Sabato 28 Aprile 2007

La Moda non esiste più. Esiste quella, sempre più irraggiungibile delle passerelle modaiole, e quella che dalle passerelle si umilia in versioni light trasformandosi in seconde linee giusto per accontentare chi non può permutare la Ferrari per conquistarsi il jeans agognato ed ex proibito. Poi purtroppo s’è fatta spazio la moda da baraccone, roba da community da recupero che propongono in croce simbolo, logo e brand name e con sincera convinzione si autoistituiscono fondatori del nuovo stile italiano. Senza preoccuparsi dell’inarrestabile degrado del gusto, anzi brandendo con fiducia lo spirito ottimistico che sta dietro ogni malcapitata avventura nel settore moda.

Questa volta è il turno di Xqua, che nasce dalla storica testata di Zidane a Materazzi nella finale mondiale e che s’è trasformata in un disegnino stilizzato che Alessandro Ferrari, ex Barilla e ora direttore commerciale di Pucci, sì quello dei sottaceti, pensa te, ha deciso, innanzitutto, di combattere la violenza, diventandone manifesto della sua repressione, e poi di fare qualcosina di figo per racimolare quattrini. Naturalmente partendo dal fatto che gli italiani sono pecoroni e che si infilino qualsiasi cosa venga loro propugnato. Il fatto che si parli di un quarantenne con esperienze lavorative importanti dovrebbe bastare per comprendere che chiunque dotato di cervello possa creare immondezza. Il sito è orribile e soprattutto antinavigabile, lo streetwear proposto sarà pur decente, ma di polo, t-shirts e felpe celebrative del brand ne abbiamo le palle piene. Per fortuna che la collezione è descritta come qualcosa di rivoluzionario, roba da non perdere. E dire che da novembre 2006, lancio del marchio, è andato tutto esaurito e che ora sono giunte pure le richieste da 60 paesi per accaparrarsi la collezione estiva. Un esempio di come all’estero amano vestirsi male. E soprattutto una terribile angoscia pervade il futuro: saremo pure la patria del Made In Italy, degli Armani e dei Versace, ma quanto ci metteremo a perdere la corona con l’avanzare di queste proposte oscene destinate a racimolare facili quattrini, facendo a bastonate continuamente con la ricerca (così faticosa?) di un minimo di innovazione, perlomeno stilistica? Sopratutto perchè c’è gente seria che lavora da una vita e si spacca l’anima per conquistare notorietà facendosi una cultura di moda, gestendo tessuti e creando sogni. Poi basta una cavolata, una promozione di cartapesta ed eccoti servito l’indegno.

E’ la rivincita del vestirsi bene a poco prezzo? Della moda finalmente accessibile a tutti? O l’aberrante conformismo ad un livellamento infimo della moda che fa tutti pupazzi giusto per dire, ah beh abbiamo la stessa maglia, facciamo parte della stessa famiglia, ah beh noi siamo fighi? I giovani non avranno un quattrino, ok. Adesso scopro che hanno anche un pessimo gusto.

Noi sappiam fare di meglio

Domenica 25 Marzo 2007

Partiamo dal nome del brand. 575 Denim. Che semplicemente non sa di niente. O perlomeno non si capisce che cosa si celi dietro. Ma forse neppure ci frega. Ci basti sapere che si tratta di un marchio di jeans californiano che sta per invadere l’Italia. E che in America lo indossano tutti, tutto il vippame USA si alimenta di questi jeans. Certo, basta che sono rinomati. Se poi sono così straordinariamente normali chissenefrega. Tagli soliti, cuciture logiche, tinte straviste. Belli, eh, sai che roba.

E’ noto che rendere originali un paio di jeans non sia un’operazione così facile. Però almeno toh, un dettaglio, che ne so. Quelli di Dondup hanno schiaffato una spilla nella tasca posteriore, che poi tu la puoi arricchire anche con un diamantino, sapendo però di dover ricorrere ad un mutuo per portarli a casa. I jeans saranno pure i soliti, ma almeno ci hanno infilato qualcosa di cui vale la pena discorrere.

Se volete, vi applaudo uguale

Venerdì 16 Marzo 2007

Non me n’ero accorto, ma ho scatenato un piccolo putiferio. Praticamente qualcuno ha portato il web a casa mia. Un amico mi fa notare di aver tagliato le gambe al neonato marchio di abbigliamento (oddio forse esagero dicendo abbigliamento) Matrioska. La faccio corta, un branco di conoscenti compaesani si riunisce spiriticamente, fonda questo brand, crea un sito a mo’ di vetrina, che tutto sommato mi garba pure. Il problema, pare, è che io abbia disarcionato i sogni di gloria del marchio. Semplicemente constatando, con efferatezza, l’assoluto futuro oscuro dell’aziendina appena creata.

Ammetto senza discriminazioni che in giro c’è roba peggiore. Ma il caso Matrioska merita diligenti osservazioni. Qua siamo oltre la felpetta da mercato macchiata di stelline che ci sta preparando a livelli di sopportazione incommensurabili. Siamo già all’identificazione di un oggetto di culto, che sta attraversando le discoteche italiane, l’unica soluzione battibile, e capace di esprimersi quando nel team regna un pr capace di intrallazzarsi ovunque. E’ la soluzione pubblicitaria più immediata e a costo quasi zero. Tre maglie, una coppia di felpe, roba che al primo vagito del brand adocchiava ai fumetti spensierati di Joe Rivetto e alle stelline dorate dell’Hollywood. E roba da classificare senza indugi in quell’inarrestabile marasma delle figlie di Monella Vagabonda destinate a vivere per un po’ e poi a spegnersi con furore. Se non fosse che Matrioska è delle parti mie e che alla fine pure il sottoscritto, morso repentinamente da atteggiamenti paraculistici, abba dovuto abilmente ritrattare, pur tradendo con coraggio la solita missiva spaccacuore.

Nel mezzo, s’è infilata l’inaspettata promozione dell’artista Pier Cortese (qui il video dell’esibizione), che sul palco del Festival Di Sanremo ha sfoggiato, sotto la giacca, una t-shirt imbrattata da una matrioska multicolor: inutile dire che l’artista è stato subito osannato ad icona del brand, e magari lui poverino neppure lo sa. Ma ormai la visibilità s’è acciuffata e guai a dimenticarla. Però la tiratina d’orecchie m’ha fatto allarmare. Uno. Perchè c’è qualcuno che, perennemente a caccia di attestati di stima pure su Internet, che giustifichi col sorriso la propria manifattura, alla prima critica digrigna i denti. Due. Perchè quando si constata l’interesse (non il gradimento) della propria manifattura, ci si protrae alla sorda autoesaltazione finchè le pale del mulino girano. E magari sarà pure invidia. E per carità, questi ragazzi hanno svuotato le proprie tasche partendo da zero. Ma cosa vogliamo fare, per 10 anni Matrioske a gogo? Joe Rivetto è già in una fase di stallo. Per Matrioska sarà lo stesso. Ma d’altronde ciò è comprensibile leggendo la filosofia del marchio, ora improvvisamente sparita dal sito:

MATRIOSKA nasce nel 2005 da un team di giovani ragazzi che cercavano un nuovo brand di abbigliamento nel quale riconoscere il proprio desiderio di “ribellione” e insieme creazione di nuove regole in cui identificarsi.
Ecco che Brian, Luigi e Danny creano il marchio di abbigliamento MATRIOSKA, che partendo dal simbolo per eccellenza dell’arte russa rappresentato da una figura enigmatica e misteriosa, lo rielabora per trasformarlo in simbolo di libertà e ribellione nell’abbigliamento giovane. In MATRIOSKA convivono diversi aspetti di una realtà dalle mille sfaccettature, diversi modi di concepire la vita e di ribellarsi ad essa, alla ricerca di un significato che vada al di là di quello imposto dalla società. Una ribellione che gli stessi creatori del marchio definiscono “costruttiva” capace di evocare la voglia di evadere, di guardare al di là delle convenzioni, delle realtà preconfezionate del mondo, di lottare per i propri ideali, di crescere, di vivere con passione.

La filosofia del marchio è decisiva, è la sua anima. Ma se mettevo parole a caso ad occhi chiusi, avrei fatto di meglio.